Via della Madonna, 45 – dal 16 al 30 Settembre 2017

 

 

ROBERTO PASQUINELLI

il Pittore delle Vigne


Roberto Pasquinelli dipinge gli amori, le passioni, le emozioni della sua terra, della sua Montecarlo, questo bellissimo e tipico Borgo Toscano sulla Collina che divide la Valdinievole dalla Piana di Lucca con i vigneti e gli oliveti e tutta la campagna intorno colorata da questa unica e particolare  Luce che troviamo in tutte le opere di Roberto.
 

Visitando la Galleria del Leoncino, nelle opere esposte troverete questa Luce  che e’ anche una interpretazione, secondo me,   del titolo della mostra “finestre”,  dalle  quali entra la Luce e la rappresentazione del mondo intorno.

Ecco cosa pensa di Roberto il critico Vittorio Sgarbi

La contemplazione della natura
nella pittura di Pasquinelli
di Vittorio Sgarbi
 
Ci sono due generi di persone a questo mondo. Alcune, se gli dici Montecarlo, capiscono Monte Carlo, anzi Montcarlò, per chi avesse una qualche dimestichezza col francese, e pensano subito al casinò, alla Formula Uno, al paradiso fiscale, a scenari di lusso non di rado sfocianti nel kitsch più pacchiano. Sono la netta maggioranza, inutile negarlo. Esistono, però, anche poche persone illuminate che per Montecarlo capiscono un aggraziato borgo della Lucchesìa, ultimo rifugio di Carlo Cassola, terra di pace, vino e olio buoni.
 
Al privilegio di appartenere alla seconda schiera, Roberto Pasquinelli ne aggiunge almeno altri due: quello di vivere a Montecarlo e di essere considerato pictor loci, artista, cioè, riconosciuto dai suoi concittadini come in grado di fornire adeguata rappresentazione non solo fisica, ma anche spirituale (il genius, dicevano gli antichi) dell’amato luogo in cui opera.
Pasquinelli non si sottrae certamente al ruolo, che, anzi, ha certamente agognato di poter svolgere, identificando nel suo rapporto sentimentale con Montecarlo, in particolare con le sue campagne, i suoi cieli, le sue luci, i suoi odori in mutevole alternanza nel succedersi delle stagioni, gran parte della sua vena ispirativa. Nè si preoccupa, Pasquinelli, che il suo localismo rurale, viscerale, a misura, innanzitutto, di Montecarlo e dei suoi abitanti, possa essere frainteso da chi avesse un’idea diversa dell’arte, metropolitana e internazionalista, così come poteva averla, ormai oltre un secolo fa, Umberto Boccioni, quando, nel Manifesto dei pittori futuristi, definiva un certo genere di artisti, nefasto ai suoi occhi di giovane iconoclasta, impotenti pittori da villeggiatura.
 

Avrebbe buon gioco, Pasquinelli, nel rilevare che molta di quell’arte nata sul solco degli anatemi di Boccioni è diventare più passatista del passato che voleva infrangere, e che i suoi attuali cascami hanno perso il senso di una ragione di essere che esuli dalla referenzialità narcisa di chi la crea e commercia.
 
Per l’arte di Pasquinelli, la ragione di essere non sta in un’autocertificazione, né nel beneplacito di una setta di adepti, ma nel riconoscimento che una comunità quanto mai viva, non specializzata, socialmente e culturalmente trasversale, le riserva. E’ un vantaggio non da poco, a testimonianza del fatto che, diversamente da come la pensasse Boccioni, non esiste un’arte assoluta, valida per tutto e per tutti, ma, semmai, tante arti quanti sono i valori diversi che determinate fasce di umanità le attribuiscono, non tutte equivalenti, evidentemente, ma ognuna col proprio diritto a esistere.
E poi, per Pasquinelli, Montecarlo non è certo un estraniamento dal mondo reale, semmai é il suo centro. Nulla di positivo, potrebbe cercare Pasquinelli, che non riesca a trovare entro i bucolici confini di casa sua: sollecitazioni sensoriali continue nello stare a contatto con l’aria aperta, piacere infinito nella contemplazione della natura, totalmente appagante, al punto da non fargli desiderare altro, e ancora, come conseguenze dei precedenti, emozioni, passioni, fantasie, affetti, per gli uomini come per le cose, tutto ciò, insomma, in cui lecitamente un uomo non metropolitano e non necessariamente internazionalista, un uomo di borgo, dimensione esistenziale ormai sconosciuta ai più, tutt’al più subodorata attraverso le frequentazioni turistiche, potrebbe identificare il gusto più diretto e verace della vita.
 
Vista in questo modo, é chiaro che Montecarlo, e di converso la Toscana agreste, di cui la Montecarlo di Pasquinelli sembra simboleggiare il meglio, appartenga di diritto all’universale, non al particolare, contrariamente a quanto non avremmo potuto pensare in un primo momento; e universale, non a caso, é il modo in cui Pasquinelli la esprime in pittura, mai in maniera piattamente descrittiva, imbalsamando ciò che illustra, ma concentrandosi sulla resa dell’elemento vitalistico che sostiene spiritualmente le cose, il frisson, il fremito dell’anima che avvertiamo, come corrispondente emotivo di una percezione ottica, quando il vento agita dolcemente la vegetazione sparsa sul colle, o alita i tappeti dei prati sui quali si succedono covoni che paiono doversi muovere da un momento all’altro. Non c’é Strapaese, in Pasquinelli, anelito al sapore sfacciatamente popolaresco, alla parlata dialettale, o presunta tale; c’é, invece, la fedeltà a una cifra colorista di matrice post-impressionista, luminosissima, intensa, ma non selvaggia, depurata, di ogni possibile tentazione intellettualistica, ridotta in termini elementari tanto nell’accumulo costruttivo dei tocchi quanto nei contrasti fra tono e tono (in alcuni casi, però, la sintassi si fa più serrata, con accenti che potrebbero evocare ora Previati, ora De Pisis o i Sei di Torino), come se nulla dovesse interrompere il flusso panico che dall’artista deve giungere fino a chi guarda le sue opere, nella convinzione che l’arte possa ancora pretendere di essere un rito di vasto coinvolgimento collettivo.
 
Tutto scorre, nella natura solo apparentemente statica e ripetitiva di Pasquinelli, perché tutto si muove dentro noi, nel momento stesso in cui ci rendiamo conto di essere non gli spettatori di un evento a noi estraneo, ma parte integrante, vitale, di una grande madre. E’ questa, in ultima analisi, la riflessione a cui ci induce la Montecarlo senza luogo e senza tempo di Roberto Pasquinelli, come  se appartenesse a un’età dell’oro non ancora perduta. Solo ignorata.
 

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